30/04/2016 Ora 18:00
Galleria Massimodeluca

Vernissage: If I were you, I'd call me Us

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Descrizione

If I were you, I’d call me Us

Ludovica Carbotta / Giovanni Giaretta / Shadi Harouni /
Jakob & Manila / Kiyoto Koseki / Manuel Scano / Elisa Strinna

un progetto di Elisa Strinna ed Elena Forin /
A project by Elisa Strinna and Elena Forin

2 - 28 maggio 2016
Inaugurazione sabato 30 aprile, ore 18 - 20
Incontro con Jacob&Manila sabato 21 maggio, ore 17 - 20

2 - 28 May 2016
Opening Saturday 30 April, 6pm to 8pm
Meeting with Jacob&Manila on Saturday 21 May, 5pm to 8pm

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Tell me, O Octopus, I begs
Is those things arms, or is they legs?
I marvel at thee, Octopus
If I were thou, I'd call me Us

Ogden Nash

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(english version below)

La Massimodeluca è lieta di invitare a If I were you, I’d call me Us, un progetto a lungo termine che nasce da una suggestione dell'artista Elisa Strinna sviluppata con la curatrice Elena Forin.

Questa prima tappa del progetto vede protagonisti alla Galleria Massimodeluca sette artisti internazionali, tra cui la stessa Strinna. Il titolo della mostra, ripreso da una poesia del poeta americano Ogden Nash, allude alla possibilità di definire le identità in forma collettiva andando oltre ogni idea d’indivisibilità e aprendo a diversità, discussione, trasversalità, scambio o conflitto.

“L'idea di questo progetto – dice Marina Bastianello, direttrice della galleria – nasce dall’esigenza di Elisa Strinna di approfondire il dialogo con alcuni colleghi incontrati negli ultimi anni della sua ricerca. Partendo dalla necessità di articolare un discorso a più voci fondato sulla diversità, si punta così a restituire uno scorcio sulla realtà contemporanea, caratterizzata da una complessità che difficilmente si esaurisce nella voce di una singola individualità. Il risultato è una mostra concepita come un sistema dinamico”.

Le azioni, le strategie e i metodi messi in campo dalle opere si radicano in alcuni luoghi – spesso comuni – del pensiero, della cultura, del vivere sociale e dei canoni tradizionali legati alla creazione e alla percezione e a emergere è un potente valore di resistenza ai sistemi comunemente accettati. Viene a delinearsi così un mondo che non è esclusivamente politico o unicamente intimista, quanto un universo in cui l’importanza delle relazioni diventa cruciale, e in cui nessun aspetto esclude l’altro perché tutti i valori si costruiscono assieme. Le opere in mostra alludono quindi alla possibilità di restituire questo complesso sistema di relazioni, includendo anche il ruolo dello spettatore chiamato a interagire in prima persona con esse.

l video di Shadi Harouni (The Lightest of Stones and the Heaviest of Men, 2015) vede impegnata l’artista in un’azione priva di utilità ma fortemente simbolica: la rimozione di singole pietre da una cava mentre un gruppo di uomini alle sue spalle commenta, mette in discussione la sua azione, e parla dei più svariati argomenti di attualità. L’operazione di scavare la pietra non comporta quindi un risultato pratico, ma diventa un mezzo per far emergere le connessioni sociali e politiche e i conflitti di una realtà locale con una più ampia comunità globale.

I DO di Jakob & Manila è un progetto che a sua volta innesca una riflessione sulla natura dei gesti, in questo caso però in relazione alle pratiche quotidiane. Il duo tedesco ha infatti messo a punto un lavoro in cui è il pubblico a dover svolgere delle azioni e a condividere la propria esperienza con gli artisti. I DO stimola infatti i fruitori a passare una intera giornata a propria scelta senza svolgere almeno una delle azioni indicate (come non usare dispositivi mobili, non usare cibo dal frigo, non parlare, non leggere) e di documentare le strategie creative conseguenti alla scelta: è in programma per sabato 21 maggio alle 17 un incontro tra gli artisti e i partecipanti al progetto per creare un confronto aperto sulle esperienze vissute.

Anche take out - 1 (turm des feuers) e take out - 3 (one men houses) – due disegni appartenenti a un ciclo di tre realizzati nel 2013 – di Ludovica Carbotta recuperano una riflessione sui gesti, ma la connettono alla natura originaria della forma e al potere dell’immaginazione: questo corpus di lavori traduce su carta delle architetture che l’artista non ha mai visto né dal vivo né in foto. A guidarla nella ricostruzione della Torre del Fuoco progettata dall’architetto del Bauhaus Johannes Itten è stato un testo che descriveva questo edificio simbolico dell’utopia del design modernista, mentre per take out - 3 a essere raccontata, in questo caso solo oralmente, è stata una scultura di Thomas Schutte dalla serie One men houses.

La nozione di ordinario e l’universalità del linguaggio vengono invece messi in discussione nei lavori di Kiyoto Koseki. Attraverso una performance (Arrangement with sign language interpreter, and public radio, 2016) e un’installazione (Two left halves: Cesca style chair, 2014) l’artista si sofferma sulla (im)possibilità di vivere un’esperienza e di parteciparla in maniera autonoma senza dover ricorrere a scambi o mediazioni. Due metà di una popolare sedia di design non consentono di ripristinare l’oggetto originario e di riattribuirgli lo scopo iniziale, mentre la traduzione gestuale di un contenuto nel linguaggio visibile dei non udenti risulta completamente inaccessibile ai più.

Un paesaggio intimo e personale che cerca di farsi strada nell’immaginario collettivo è invece nel video di Giovanni Giaretta (A thing among things, 2015), che racconta e ricostruisce l’universo della visione traducendo l’esperienza cognitiva e di memoria di una persona non vedente attraverso un’astrazione: le immagini generate da diverse conformazioni minerali. A questa prospettiva si aggiunge quella, opposta e contraria, di due opere di piccole dimensioni che restituiscono l’immagine di due specchi antichi che hanno completamente perso la loro funzione riflettente e la cui identità è quindi passata da quella di “generatori d’immagini” a immagini semplici.

Il grande lavoro a parete di Manuel Scano (Senza titolo (clunk, clunk), 2014) mostra invece l’opera come risultato processuale, alchemico e di relazione tra gli elementi che l’artista attiva ma che solo parzialmente vuole e può controllare, lasciando all’interazione tra le materie e al loro comportamento la responsabilità visiva della superficie. L’immagine che si genera in questo processo sfalda i confini della pittura astratta e figurativa arrivando quasi a incarnare le forme originate nel mondo biologico o siderale.

Lo studio dell’universo è anche il punto di partenza nel lavoro di Elisa Strinna, che presenta lo sviluppo di un nuovo e articolato progetto dove il macrocosmo naturale e il microcosmo umano s’incontrano. L’artista s’interroga sulla posizione dell’individuo contemporaneo nei confronti del sistema naturale a partire da una riflessione sull’osservazione del cielo. Prendendo come riferimento un’antica tecnica scoperta in Messico per studiare le luci dell’universo, Strinna propone la documentazione di un processo di ricerca teso a studiare delle strategie per attivare quotidiani processi di “meraviglia”.

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The Massimodeluca gallery is pleased to invite you at If I were you, I’d call me Us, a long-term project that started from an idea by Elisa Strinna and was developed by the curator Elena Forin.

The protagonists of this first stage of the project in the Galleria Massimodeluca are seven international artists, including Strinna herself. The title of the show is taken from a poem by Ogden Nash1, one that alludes to the possibility of defining identities in a group form by going beyond the idea of indivisibility and by being receptive to diversity, discussion, the transversal, exchanges, or conflict.

Marina Bastianello, the gallery's director, says that, "The idea of this project derives from Elisa Strinna's need to deepen her dialogue with some colleagues who she came to know during the years of her research. By starting from the necessity of creating a choral discourse based on diversity, we have aimed at giving a glimpse of contemporary reality, one characterised by a complexity that can be expressed through the voice of a single individual only with great difficulty. The result is a show conceived of as a dynamic system".

The actions, strategies, and methods employed in the works are rooted in various areas - often mutual ones - of thought, culture, social experience, and traditional rules linked to creation and perception, and what emerges is a powerful degree of resistance to commonly accepted systems. In this way there is outlined a world that is not exclusively political or simply intimate but, rather, a resilient universe in which the importance of relationships becomes crucial, and where no single aspect excludes another because all the values construct a whole. So the works on show allude to the possibility of rebuilding this complex system of relationships, and also include the role of the viewers who are called on to interact with them at first hand.

Shadi Harouni's video (The Lightest of Stones and the Heaviest of Men, 2015) sees the artist involved in an action without any purpose but that is highly symbolic: the removal of individual stones from a quarry, while a group of men behind her make comments, question her action, and talk about the most various current events. So the excavation of the stones has no practical result but becomes a means for allowing the emergence of social and political connections, and the conflicts of a local situation within a wider, global community.

I DO by Jakob&Manila is a project that also sparks off thoughts about the nature of gestures; in this case, though, with reference to daily undertakings. In fact, this German duo has developed a work in which it is the public that has to undertake the actions and share its experiences with the artists. I DO, in fact, stimulates the users to pass a whole day of their own choice without undertaken at least one of the actions indicated (such as not using mechanical means, not using food from the fridge, not speaking, not reading) and to record the creative strategies resulting from this choice: on Saturday 21 May, 5pm there has been programmed a meeting between the artists and those taking part in the project, a meeting that aims at creating an open discussion about the experiences undergone.

Take out - 1 (turm des feuers) and take out - 3 (one men houses) - two drawings belonging to a series of three made in 2013 - by Ludovica Carbotta also recuperate thoughts about gestures, but they connect these thoughts to the original nature of forms and the power of imagination: this body of work translates onto paper buildings that the artist has never seen either in reality or in photographs. She has been guided in her reconstruction of the Fire Tower, designed by the Bauhaus architect Johannes Itten, by a text that describes this building, a symbol of the utopia of modernist design, while for take out - 3 what is recounted, in this case only orally, is a sculpture by Thomas Schutte from his series One men houses.

The idea of the ordinary and the of universality of language is, instead, questioned in the works by Kiyoto Koseki. In a performance (Arrangement with sign language interpreter, and public radio, 2016) and an installation (Two left halves: Cesca style chair, 2014) the artist interests himself in the (im)possibility of having an experience and of participating in it in an autonomous way without resorting to exchanges or mediation. Two halves of a popular design chair do not allow the restoration of the original object and its initial use, while the translation into gestures of the content of the visible language of the deaf is completely inaccessible to the majority.

An intimate and personal landscape that attempts to enter collective imagination is to be found in the video by Giovanni Giaretta (A thing among things, 2015); it recounts and reconstructs the universe of vision by translating the cognitive experience and memory of a blind person through abstraction: the images generated by various mineral structures. To this video there are added, in opposition and contradiction, two small works that show the image of two antique mirrors that have completely lost their mirroring function and the identity of which, as a result, has shifted from a "generator of images" to images in themselves.

The large wall-piece by Manuel Scano instead, (Senza titolo (clunk, clunk), 2014), reveals the work to be the processual and alchemical result of the relationships between the elements that the artist activates but that he can only partially and unwillingly control, leaving to the interaction between the materials and their behaviour the visual responsibility for the surface. The image generated by this process shatters the boundaries between abstract and figurative painting to arrive almost at embodying forms originated in the biological or sidereal world.

The study of the universe is also the starting point of Elisa Strinna's work. She is presenting here the development of a new and organised project in which the natural macrocosm and the human microcosm meet up. The artist questions herself about the place of contemporary individuals in the face of the natural system, starting from ideas about observing the sky. Taking as her reference point an ancient technique discovered in Mexico for studying the light of the universe, Strinna offers her record of a research process aimed at studying strategies for sparking off everyday processes of "wonder".

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esempio: 15/11/2018

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