Il Palazzo Dei Camerlenghi fu edificato a partire dal 1525 su progetto di Guglielmo dei Grigi, detto il Bergamasco ed era sede di magistrature finanziarie, tra le quali i Camerlenghi de Comun, che erano i pubblici cassieri dello Stato e sovrintendenti alle attività di riscossione e di redistribuzione delle entrate.

La più antica legge che riguardi i Camerlenghi di Comun è del 1236 ma la loro origine è certamente più remota. Inizialmente in numero di due, nel 1527 furono portati a tre.

Tutti i pagamenti dovevano essere compiuti per loro mano ed era a loro che doveva essere versato il denaro riscosso da tutti gli uffici.
Insieme a questa funzione importantissima avevano anche il compito di vigilare su tutti gli uffici di riscossione e di proporre diminuzioni di spese.
All'inizio dipendevano dal Doge e dal Minor Consiglio, a cui rendevano conto mensilmente dello stato della cassa, ma, nel 1471, vennero sottoposti al Collegio dei Savi del Consiglio.
Avevano inoltre il diritto di esigere e di imporre pene ai debitori dello Stato.

Il piano terra della palazzo era infatti destinato agli insolventi e chi passava per Fondamenta de la Preson poteva vederli attraverso le sbarre, a monito di cosa capitasse a chi non rispettava le leggi della Repubblica.

L'edificio, si trova nella parte interna della Volta di Canal, subito a fianco del Ponte di Rialto, e si sviluppa con una pianta pentagonale per seguire la curva del Canal Grande e, in altezza, su tre piani.

Era tradizione che a fine mandato, ciascun magistrato lasciasse un omaggio che abbellisse il palazzo con un dipinto di soggetto religioso in cui comparisse anche il proprio ritratto.
Col tempo il palazzo si arricchì di numerose opere d'arte che successivamente andarono perdute, in parte nel 1806 con l'arrivo del Regno Italico e poi nel 1815 quando, a seguito del congresso di Vienna, Venezia passò agli austriaci.
Parte di esse tornarono a Venezia solo nel 1919 e ora si trovano alle Gallerie dell'Accademia e alla Fondazione Giorgio Cini.


Il Palazzo è conosciuto dai veneziani soprattutto per due capitelli sui quali vi sono rappresentate due figure: un uomo con una sorta di strana escrescenza tra le gambe e una donna con delle fiamme che divampano tra le cosce.
Tali statue sono state scolpite all’epoca dell’edificazione del ponte di Rialto e la tradizione popolare vuole che essi rappresentino, rispettivamente, una popolana che aveva sentenziato: "quando che i finisse el ponte, me ciaparà fogo la mona" (quando finiranno il ponte mi prenderà fuoco la vagina); al che un popolano avrebbe rilanciato: "sto ponte i lo finirà quando ch'el casso farà l'ongia" (il ponte sarà finito quando il pene metterà l'unghia).
Alla conclusione dei lavori, la Serenissima riservò loro una sorpresa: immortalò la loro irriverenza in modo tale che fosse da monito a chi osasse, seppur scherzosamente, mancare di rispetto alle istituzioni.


La spontaneità dei due motti, tipica del fare scanzonato e genuino del popolo veneziano, cussì da Téra come da Mar, viene in qualche occasione ancora utilizzata per indicare qualunque evento che, vox populi, anche se iniziato non si concluderà mai.


Oggi il Palazzo è sede della Corte dei Conti.

G.D.


 
 
 
 
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