Il 2016 è un anno speciale per il Ghetto di Venezia.

Il 29 marzo se ne ricorderà la fondazione, avvenuta 500 anni prima sotto il dogado di Leonardo Loredan, anche se le tracce della presenza ebraica in città se ne trovano già dall'anno mille.

Il 29 marzo 1516, la Repubblica di Venezia stabilisce che li Giudei della città debbano tutti abitar unidi nella Corte de Case presso San Gerolamo, acciocché non vadino tutta la notte attorno, in un quartiere che al calar delle tenebre viene chiuso da due cancelli.
Il posto scelto è nel sestiere di Cannaregio, vicino a una fonderia di rame. Dal termine veneto geto (intendendo i getti o colate di metallo fuso) pronunciato con la g dura degli ebrei ashkenaziti, arrivati dalla Germania nel 1234 quando il Doge Pietro Candiano I° aveva accettato la richiesta di molti ebrei tedeschi di venire a Venezia, nasce la parola "ghetto" così come ancora la conosciamo oggi.

Avrebbero avuto il permesso di uscire solamente al primo suono del giorno della "Marangona", la campana di San Marco. I cancelli venivano poi richiusi a mezzanotte e, come non bastasse, due barche del Consiglio dei Dieci avrebbero circumnavigato l'isolotto fino al mattino successivo, per garantirne la sicurezza.

Verso la metà del seicento la comunità ebraica arrivò a contare quasi 5000 persone. Agli ashkenaziti si erano nel frattempo aggiunti i levantini provenienti dall'impero ottomano e i sefarditi in fuga dalle persecuzioni di Tomás de Torquemada.
 


Al Ghetto Nuovo era stato aggiunto il Ghetto Vecchio nel 1541 e il Ghetto Novissimo, composto da appena due calli, nel 1633.
Avere gli ebrei dentro la città senza ricacciarli verso la Terraferma (fino al 1384 erano stati costretti a vivere a Mestre) si rivelò un buon affare sia per l'erario della Repubblica che per i padroni di casa veneziani. Secondo quanto era stabilito dalla legge, la proprietà immobiliare era infatti preclusa agli israeliti, anche dentro i limiti degli spazi a loro imposti.
Non solo gli affitti erano maggiorati, ma quando li hebrei andassero via di Venetia – ragionava un proprietario – si caveria molto poco, per esser loco picolo e di poco momento, et a ridurlo che li potessero habitar cristiani li bisognarabe spender molti denari.

Solamente nel maggio 1797 con l'arrivo di Napoleone, che brucia le porte dell'enclave e parifica gli ebrei agli altri e, a seguire, durante la Restaurazione sotto il governo austriaco, viene riconosciuta agli ebrei la possibilità di accedere alla proprietà immobiliare e scatta così l'emigrazione verso altri quartieri, con conseguente assimilazione di molti ebrei ansiosi di spazio e modernità.
Alcuni banchieri poterono dunque acquistare i prestigiosi palazzi sul Canal Grande mentre il resto della comunità, cercava di impedire che il termine delle limitazioni coincidesse con la fine delle tradizioni.






Fonti:
   • L'umanità del Ghetto di Venezia, di Sergio Luzzatto, Il Sole 24 Ore del 13 marzo 2016
   • Io sono il Ghetto. A Venezia la città degli ebrei, di Paolo Rumiz, La Repubblica del 24 gennaio 2016
   • Il Ghetto prima del Ghetto, di Vera Mantengoli, La Voce di New York del 13 marzo 2016



 
 
 
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