L'ARTE dei REMERI

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L'Arte dei Remeri

Il 15 settembre 1307 i Giustizieri vecchi, magistratura della Repubblica Veneta, preposta al controllo sulle corporazioni di mestiere, approva lo statuto dei rappresentanti degli artigiani addetti alla fabbricazione di remi e fórcole.

L’età minima dei garzonieri era 15 anni, il garzonato doveva durare 5 anni continui, tanto che se il garzone ‘nol sara stado chon suo maistro anj 5 a lavorar’ (dalla 'Mariegola dei Remeri') perchè imbarcato sulle galere, doveva al suo ritorno completare il periodo prima di sostenere la prova d’arte che consisteva nel fabbricare un remo da galia.

Nella stessa arte venivano compresi sia i maestri remeri che tenevano bottega e lavoravano per i privati, sia quelli che facevano remi per gondole, sia i maestri remeri dell’Arsenale.

Spesso essi si recavano direttamente in terraferma per scegliere i legnami migliori (per i remi il legno più usato e di migliore resa era il faggio), di questo però potevano tenere sola la metà per uso personale, il resto dovevano consegnarlo all’Arte.

Indispensabile per la Serenissima, il legname divenne anche la principale fonte di sostentamento per le popolazioni locali, specializzatesi nelle singole fasi produttive, dall’abbattimento nelle impervie foreste d’alto fusto al trasporto con carri e slitte verso i depositi di raccolta lungo i fiumi, dalla riduzione in stèle da remo – ricavate dai tronchi di acero e faggio mediante cunei e mazze – alla conduzione mediante zattere.

 

E sarà proprio il Cansiglio, grazie alle sue immense riserve di faggi, a diventare il “bosco da remi di San Marco” per antonomasia, dove maestranze locali, provenienti dai villaggi dell’Alpago, provvedevano a tutte le fasi preliminari al trasporto fluviale verso la Capitale lagunare.

Giunte infine a Venezia, le stèle riservate allo Stato venivano immagazzinate nelle officine dei remeri ubicate all’interno dell’Arsenale e quindi, quando conclusa la loro stagionatura, trasformate in remi da galera, mentre quelle destinate al mercato privato erano distribuite in percentuali equivalenti fra le numerose botteghe sparse all’interno della città, dove i maestri artigiani, coadiuvati da lavoranti e garzoni, le avrebbero trasformate in remi per gondole e peote, burci, burchielle e marciliane.

L’importazione dei remi ‘lavoradi de alcuna sorte, qualità over grandeza’ (da 'Mariegola dei Remeri') era vietata ai privati, ma non all’Arsenale.

Nel XVI secolo si proibisce la fabbricazione di remi per l’Arsenale pagati tanto al centener o sotto l’obbligo di farne un determinato numero al giorno, ma si istituisce la paga fissa a giornata.

Come si verifica anche per le altre arti delle costruzioni navali del XVI e XVII secolo, i costruttori privati si trovano svantaggiati rispetto a quelli dell’Arsenale (nel 1640 erano 120 i remeri dell’Arsenale contro 20 dei cantieri privati) e chiedono di alternare annualmente i gastaldi (capi della corporazione) dell’uno e dell’altro ramo, richiesta che i remeri dell’Arsenale, tutelati dall’industria di stato, non appoggiarono con entusiasmo.

Il legname di faggio era quello di cui c’era il maggior consumo giornaliero in Arsenale, sia perché solo una parte del tronco - il cuore - poteva essere utilizzato, sia perché - come si lamenta in una relazione del XVII secolo - i remi venivano assottigliati troppo, così che non resistevano alle burrasche e le galere ne portavano di riserva troppo pochi.

La causa di questo problema era da attribuirsi soprattutto all’incompetenza dei remeri che - in quel periodo - venivano turnati settimanalmente, reclutandoli a caso dalle liste dell’Arsenale.

Anche il proto dei remeri - come per i calafati, i carpentieri e gli alboranti - coadiuvava Ammiraglio e Patroni dell’Arsenale nella direzione di lavori.

Esperti “proti” dell’ Arsenale venivano inviati in sopralluogo per coadiuvare i “capitani dei boschi” nella scelta dei fusti più adatti, che venivano “marchiati” con il bollo di San Marco in quanto ‘riservati’ alle preminenti esigenze dello Stato. 

 

Fonti: 'Arti e Mestieri della Repubblica di Venezia'

         l'Arzanà

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